Sicilianità Letteraria III: Ercole Patti

Uno degli autori che mi ha maggiormente colpita in questo percorso di casuale scoperta della sicilianità, è stato sicuramente Ercole Patti.
Per la verità, un primo approccio con questo autore lo ebbi all'inizio del mio percorso universitario, quando, ancora fieramente bardata di  paraocchi e fesserie varie, lo avevo giudicato poco interessante, per utilizzare un eufemismo. In realtà, l'immaturità dell'epoca non mi permetteva di andare oltre o meglio di comprendere a fondo la sua letteratura e scrittura e ringrazio di avere avuto questo secondo approccio di lettura, perché mi ha permesso non solo di smentirmi, ma di ri-scoprire un grandissimo scrittore.
Leggero, ironico, autunnale, Ercole Patti riesce a dare dei luoghi che descrive delle percezioni precise che risiedono nei colori e nelle atmosfere, riesce a camuffare l'efferatezza con il languore, con quello stato di sonnolenza, di indolenza che permea le vite dei suoi protagonisti, come Giovannino o Nino, i quali crogiolano nelle lascivie dei sensi facendosene imprigionare e talvolta uccidere, con tutto ciò si possa intendere con questo termine.
La sessualità per Ercole Patti è un mondo autunnale, un preambolo di morte che consuma di desiderio gli individui i quali tentano di afferrare ed annusare la vita, si illudono anche di farlo proprio grazie alle esperienze carnali: eros e thanatos convivono nei luoghi e nei corpi, ricordando alcune opere di Schiele, ma con meno nevrosi e più consapevolezza autorale. Ed è proprio in questa consapevolezza che risiede la leggerezza di Patti, riscontrabile tutta per intero nella sua autobiografia Roma amara e dolce, uno sguardo immerso nella vivacità e magia del ricordo di tutto il periodo post-adolescenziale dell'autore che da Catania riesce a spostarsi a Roma con sotterfugi varii per eludere il destino che il padre gli aveva assegnato; momenti di vita che, leggendo Giovannino, si ritrovano vestiti di un senso letterario diverso, perché diverso è, dall'autore, il protagonista. Permeata dall'autunno e dalla caccia, la vita di Giovannino si scioglie con suo tacito assenso, si consuma sotto i suoi occhi, dei quali, crescendo, si spengono le luci della volontà per soggiacere alla maledizione catanese dell'indolenza. Un autunno che corona e si fa protagonista delle vicende di Nino in Un bellissimo Novembre, vita troncata dal troppo anelare la propria autoaffermazione, ingenuamente sacrificata ad un desiderio che già disfa gli adulti e trascina con sé la gracile esistenza di chi da poco inizia a conoscere la sofferenza della pubertà.
Può sembrare esagerato in certe sfumature, ma se ci si fa caso si tratta della stessa tensione che guidava D'Annunzio, la stessa sensibilità. Patti, però, riesce a superare lo stato dannunziano e se non per grandezza letteraria, proprio per via della consapevolezza, dell'esperienza e della serenità che mancavano alla travagliata e passionale esistenza e ricerca del primo.
Ultimo romanzo che ho letto e che mi va di citare è Gli ospiti di quel castello.
Spregiudicatamente esplicito nei particolari, ma quanto mai lucido, talmente lucido da poter diventare, ormai, non più esperienza letteraria concreta, bensì onirica. Patti non si rifugia nel sogno per metaforizzare una realtà ancora incompresa e sconosciuta, bensì è ora talmente consapevole della realtà da poterla trattare in termini di esperienza onirica: è materia duttile che da molto tempo modella e maneggia conoscendone ormai qualsiasi sfumatura. Chiarisco, per dovere di onestà, di aver certificato soltanto adesso la successione cronologica dei suoi romanzi e ciò ha confermato la mia sensazione riguardo questo ultimo testo.

Se dovessi associare la scrittura di Patti a qualcosa, mi viene da pensare al muschio, con la sua apparente semplicità capace di dare il senso di un'intera stagione, di un intero ecosistema.
Questo è l'Ercole Patti di cui ho fatto esperienza, non sarà lo stesso per tutti, ma sono felice di avervene donato la mia parte.

A presto!

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